{"id":22,"date":"2026-08-02T19:48:30","date_gmt":"2026-08-02T17:48:30","guid":{"rendered":"https:\/\/leongcollin.com\/blog\/?p=22"},"modified":"2026-08-02T23:39:09","modified_gmt":"2026-08-02T21:39:09","slug":"itaca-non-era-unisola","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/leongcollin.com\/blog\/it\/itaca-non-era-unisola\/","title":{"rendered":"Itaca non era un&#8217;isola: la scoperta che riscrive la mappa di Odisseo"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Troia brucia. Odisseo cammina tra la cenere. Aveva smesso di contare i morti quando suo figlio pronunci\u00f2 le prime parole.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>(dal prologo di Odysseus)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il 5 luglio di quest&#8217;anno due studiosi, uno di Cambridge e uno di Aberdeen, hanno pubblicato un articolo che rimette in discussione qualcosa dato per scontato da millenni. La loro tesi si pu\u00f2 riassumere in una frase: Itaca non era un&#8217;isola. Se hanno ragione, va ridisegnata la mappa dell&#8217;intero ritorno di Odisseo, e con essa una parte della domanda pi\u00f9 grande: quanto, di quella storia, \u00e8 mai davvero accaduto.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Perch\u00e9 Itaca non era un&#8217;isola, secondo Omero stesso<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">James Diggle, filologo classico a Cambridge, \u00e8 partito da un dettaglio che generazioni di lettori hanno letto senza notarlo. Omero non chiama mai Itaca &#8220;nesos&#8221;, isola. La usa come &#8220;patris&#8221;, terra natia, o come &#8220;demos&#8221;, territorio. Il termine per isola esisteva, entrava bene nell&#8217;esametro, e Omero non lo ha mai scelto per Itaca.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non \u00e8 un dettaglio da poco. Se il poeta pensava a una regione dentro un&#8217;isola pi\u00f9 grande, non a un isolotto autonomo, allora la moderna Itaki, la piccola isola che oggi porta quel nome, potrebbe semplicemente non essere il posto giusto.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Un&#8217;isola che non torna con la mappa<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il problema non \u00e8 nuovo. Nell&#8217;Odissea, Itaca viene descritta come la pi\u00f9 bassa e la pi\u00f9 occidentale di un gruppo di isole che comprende Same e Zante. Chi ha visitato Itaki moderna sa che non \u00e8 n\u00e9 la pi\u00f9 bassa n\u00e9 particolarmente a occidente delle isole vicine, e gli scavi l\u00ec hanno restituito tracce sorprendentemente scarse di un insediamento miceneo importante.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per questo, da oltre un secolo, gli studiosi propongono candidati alternativi. Il pi\u00f9 discusso \u00e8 la penisola di Paliki, oggi parte di Cefalonia, a poche miglia da Itaki.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il canale che (forse) non serviva<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 2005 il progettista Robert Bittlestone, insieme al filologo James Diggle e al geologo John Underhill, pubblic\u00f2 <em>Odysseus Unbound<\/em>: la loro ipotesi era che in et\u00e0 micenea un canale marino separasse Paliki dal resto di Cefalonia, rendendola una vera isola, poi riempita da frane e depositi nei millenni successivi. La proposta ottenne attenzione internazionale, e classicisti come Mary Beard la definirono plausibile, senza per\u00f2 diventare consenso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il nuovo articolo del 2026 cambia argomento invece di difendere quello vecchio. Le indagini geologiche di John Underhill sulla valle di Thinia, che separa Paliki dal resto dell&#8217;isola, non hanno trovato traccia di un braccio di mare permanente in et\u00e0 micenea: solo fiumi e terreni paludosi. Il canale, probabilmente, non c&#8217;\u00e8 mai stato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Niente frana scomparsa, niente miracolo geologico da invocare. Se Omero non ha mai chiamato Itaca &#8220;isola&#8221;, il canale smette di essere necessario. Paliki funziona come penisola, non ha bisogno di essersi mai staccata da nulla. \u00c8 un&#8217;ipotesi pi\u00f9 semplice della precedente, non una sua correzione cosmetica.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">La guerra che probabilmente ci fu<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul fatto che dietro Troia ci sia una guerra reale, il consenso \u00e8 cambiato profondamente rispetto a sessant&#8217;anni fa. Nel 1968 lo storico Moses Finley scriveva che i greci, con ogni probabilit\u00e0, Troia non l&#8217;avevano mai presa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da allora, gli archivi ittiti hanno restituito testi che cambiano il quadro. Il trattato di Alaksandu, un accordo tra il re ittita e un sovrano di Wilusa il cui nome ricorda da vicino quello di Alessandro, l&#8217;altro nome di Paride nell&#8217;Iliade. La lettera nota come Tawagalawa, che menziona tensioni tra gli ittiti e un potere acheo identificato dagli storici con la Grecia micenea. Nessuno dei due testi nomina Troia direttamente, ma insieme disegnano una regione contesa proprio dove la tradizione greca colloca la guerra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Joachim Latacz, filologo dell&#8217;universit\u00e0 di Basilea, l&#8217;ha riassunto cos\u00ec sulla rivista <em>Archaeology<\/em>: anche con tutte le riserve del caso, la risposta alla domanda se un conflitto reale sia avvenuto \u00e8 sostanzialmente positiva.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Come si scava una citt\u00e0, e come si esagera la sua grandezza<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Heinrich Schliemann inizi\u00f2 a scavare Hissarlik negli anni 1870, e nella fretta di trovare la Troia omerica ne distrusse per sempre gli strati pi\u00f9 recenti, quelli che oggi sappiamo essere i pi\u00f9 rilevanti. Wilhelm D\u00f6rpfeld, negli anni novanta dell&#8217;Ottocento, lavor\u00f2 con pi\u00f9 ordine e fu il primo a proporre la Troia VI come possibile citt\u00e0 di Omero. Carl Blegen, tra il 1932 e il 1938, spost\u00f2 l&#8217;attenzione sullo strato successivo, la Troia VIIa, distrutta da un incendio intorno al 1180 a.C.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tra il 1988 e il 2005 Manfred Korfmann riprese gli scavi con metodi moderni e annunci\u00f2 una scoperta enorme: una citt\u00e0 bassa ai piedi della cittadella, che avrebbe portato l&#8217;insediamento a diverse migliaia di abitanti, molto pi\u00f9 grande di quanto si pensasse. Nel 2001 lo storico Frank Kolb accus\u00f2 pubblicamente Korfmann di aver gonfiato quei risultati. La disputa arriv\u00f2 a un convegno di due giorni a Tubinga nel 2002, con oltre ottocento partecipanti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le analisi successive hanno confermato in buona parte il quadro di Korfmann, ma con una correzione onesta: dopo le critiche, il suo stesso team rivide al ribasso le stime di popolazione della citt\u00e0 bassa. Non \u00e8 un dettaglio che indebolisce la scoperta. \u00c8 la scienza che si corregge quando viene messa alla prova, e proprio per questo resta pi\u00f9 credibile, non meno.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">L&#8217;uomo che non ha lasciato tracce<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Su un punto le fonti sono unanimi, ed \u00e8 quello che pi\u00f9 smonta le aspettative. Nessuna tavoletta in lineare B, nessun archivio ittita, nessuna iscrizione nomina mai un re di Itaca che somigli a Odisseo. Come conferma anche la voce dell&#8217;Enciclopedia Britannica dedicata proprio a questa domanda, semplicemente non esiste alcuna prova che un uomo con quel nome sia mai esistito.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo non significa che Itaca fosse disabitata o priva di una sua struttura politica in et\u00e0 micenea: gli scavi confermano il contrario. Significa che il re specifico, con la sua astuzia e il suo ritorno, \u00e8 probabilmente una costruzione dell&#8217;epica orale, memoria sedimentata di pi\u00f9 governanti locali fusi in un&#8217;unica figura nel corso dei secoli, secondo il meccanismo che Milman Parry e Albert Lord hanno descritto per la poesia formulare, prima che il testo fosse fissato per iscritto verso la fine dell&#8217;ottavo secolo a.C.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Quello che resta, quando si toglie la leggenda<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Restano una guerra che probabilmente accadde, una citt\u00e0 la cui grandezza \u00e8 stata prima esagerata e poi corretta sotto pressione critica, e un&#8217;isola che forse non \u00e8 mai stata dove la cercavamo. Non resta, invece, nessuna prova di un uomo. Ogni romanzo che sceglie di dargli un volto, incluso <em><a href=\"https:\/\/leongcollin.com\/novels\/odysseus\/\">Odysseus<\/a><\/em>, aggiunge qualcosa che le fonti non possono confermare n\u00e9 smentire: \u00e8 lo spazio dove la narrativa lavora quando la storia si ferma.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Troia brucia. Odisseo cammina tra la cenere. Aveva smesso di contare i morti quando suo figlio pronunci\u00f2 le prime parole. (dal prologo di Odysseus) Il 5 luglio di quest&#8217;anno due studiosi, uno di Cambridge e uno di Aberdeen, hanno pubblicato un articolo che rimette in discussione qualcosa dato per scontato da millenni. 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