Itaca non era un’isola: la scoperta che riscrive la mappa di Odisseo

Troia brucia. Odisseo cammina tra la cenere. Aveva smesso di contare i morti quando suo figlio pronunciò le prime parole.

(dal prologo di Odysseus)

Il 5 luglio di quest’anno due studiosi, uno di Cambridge e uno di Aberdeen, hanno pubblicato un articolo che rimette in discussione qualcosa dato per scontato da millenni. La loro tesi si può riassumere in una frase: Itaca non era un’isola. Se hanno ragione, va ridisegnata la mappa dell’intero ritorno di Odisseo, e con essa una parte della domanda più grande: quanto, di quella storia, è mai davvero accaduto.

Perché Itaca non era un’isola, secondo Omero stesso

James Diggle, filologo classico a Cambridge, è partito da un dettaglio che generazioni di lettori hanno letto senza notarlo. Omero non chiama mai Itaca “nesos”, isola. La usa come “patris”, terra natia, o come “demos”, territorio. Il termine per isola esisteva, entrava bene nell’esametro, e Omero non lo ha mai scelto per Itaca.

Non è un dettaglio da poco. Se il poeta pensava a una regione dentro un’isola più grande, non a un isolotto autonomo, allora la moderna Itaki, la piccola isola che oggi porta quel nome, potrebbe semplicemente non essere il posto giusto.

Un’isola che non torna con la mappa

Il problema non è nuovo. Nell’Odissea, Itaca viene descritta come la più bassa e la più occidentale di un gruppo di isole che comprende Same e Zante. Chi ha visitato Itaki moderna sa che non è né la più bassa né particolarmente a occidente delle isole vicine, e gli scavi lì hanno restituito tracce sorprendentemente scarse di un insediamento miceneo importante.

Per questo, da oltre un secolo, gli studiosi propongono candidati alternativi. Il più discusso è la penisola di Paliki, oggi parte di Cefalonia, a poche miglia da Itaki.

Il canale che (forse) non serviva

Nel 2005 il progettista Robert Bittlestone, insieme al filologo James Diggle e al geologo John Underhill, pubblicò Odysseus Unbound: la loro ipotesi era che in età micenea un canale marino separasse Paliki dal resto di Cefalonia, rendendola una vera isola, poi riempita da frane e depositi nei millenni successivi. La proposta ottenne attenzione internazionale, e classicisti come Mary Beard la definirono plausibile, senza però diventare consenso.

Il nuovo articolo del 2026 cambia argomento invece di difendere quello vecchio. Le indagini geologiche di John Underhill sulla valle di Thinia, che separa Paliki dal resto dell’isola, non hanno trovato traccia di un braccio di mare permanente in età micenea: solo fiumi e terreni paludosi. Il canale, probabilmente, non c’è mai stato.

Niente frana scomparsa, niente miracolo geologico da invocare. Se Omero non ha mai chiamato Itaca “isola”, il canale smette di essere necessario. Paliki funziona come penisola, non ha bisogno di essersi mai staccata da nulla. È un’ipotesi più semplice della precedente, non una sua correzione cosmetica.

La guerra che probabilmente ci fu

Sul fatto che dietro Troia ci sia una guerra reale, il consenso è cambiato profondamente rispetto a sessant’anni fa. Nel 1968 lo storico Moses Finley scriveva che i greci, con ogni probabilità, Troia non l’avevano mai presa.

Da allora, gli archivi ittiti hanno restituito testi che cambiano il quadro. Il trattato di Alaksandu, un accordo tra il re ittita e un sovrano di Wilusa il cui nome ricorda da vicino quello di Alessandro, l’altro nome di Paride nell’Iliade. La lettera nota come Tawagalawa, che menziona tensioni tra gli ittiti e un potere acheo identificato dagli storici con la Grecia micenea. Nessuno dei due testi nomina Troia direttamente, ma insieme disegnano una regione contesa proprio dove la tradizione greca colloca la guerra.

Joachim Latacz, filologo dell’università di Basilea, l’ha riassunto così sulla rivista Archaeology: anche con tutte le riserve del caso, la risposta alla domanda se un conflitto reale sia avvenuto è sostanzialmente positiva.

Come si scava una città, e come si esagera la sua grandezza

Heinrich Schliemann iniziò a scavare Hissarlik negli anni 1870, e nella fretta di trovare la Troia omerica ne distrusse per sempre gli strati più recenti, quelli che oggi sappiamo essere i più rilevanti. Wilhelm Dörpfeld, negli anni novanta dell’Ottocento, lavorò con più ordine e fu il primo a proporre la Troia VI come possibile città di Omero. Carl Blegen, tra il 1932 e il 1938, spostò l’attenzione sullo strato successivo, la Troia VIIa, distrutta da un incendio intorno al 1180 a.C.

Tra il 1988 e il 2005 Manfred Korfmann riprese gli scavi con metodi moderni e annunciò una scoperta enorme: una città bassa ai piedi della cittadella, che avrebbe portato l’insediamento a diverse migliaia di abitanti, molto più grande di quanto si pensasse. Nel 2001 lo storico Frank Kolb accusò pubblicamente Korfmann di aver gonfiato quei risultati. La disputa arrivò a un convegno di due giorni a Tubinga nel 2002, con oltre ottocento partecipanti.

Le analisi successive hanno confermato in buona parte il quadro di Korfmann, ma con una correzione onesta: dopo le critiche, il suo stesso team rivide al ribasso le stime di popolazione della città bassa. Non è un dettaglio che indebolisce la scoperta. È la scienza che si corregge quando viene messa alla prova, e proprio per questo resta più credibile, non meno.

L’uomo che non ha lasciato tracce

Su un punto le fonti sono unanimi, ed è quello che più smonta le aspettative. Nessuna tavoletta in lineare B, nessun archivio ittita, nessuna iscrizione nomina mai un re di Itaca che somigli a Odisseo. Come conferma anche la voce dell’Enciclopedia Britannica dedicata proprio a questa domanda, semplicemente non esiste alcuna prova che un uomo con quel nome sia mai esistito.

Questo non significa che Itaca fosse disabitata o priva di una sua struttura politica in età micenea: gli scavi confermano il contrario. Significa che il re specifico, con la sua astuzia e il suo ritorno, è probabilmente una costruzione dell’epica orale, memoria sedimentata di più governanti locali fusi in un’unica figura nel corso dei secoli, secondo il meccanismo che Milman Parry e Albert Lord hanno descritto per la poesia formulare, prima che il testo fosse fissato per iscritto verso la fine dell’ottavo secolo a.C.

Quello che resta, quando si toglie la leggenda

Restano una guerra che probabilmente accadde, una città la cui grandezza è stata prima esagerata e poi corretta sotto pressione critica, e un’isola che forse non è mai stata dove la cercavamo. Non resta, invece, nessuna prova di un uomo. Ogni romanzo che sceglie di dargli un volto, incluso Odysseus, aggiunge qualcosa che le fonti non possono confermare né smentire: è lo spazio dove la narrativa lavora quando la storia si ferma.

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