Il crepitio dei tetti in fiamme riempiva l’aria. Da oriente, le urla si spezzavano in brevi rantoli. Le mura tenevano ancora.
(dal prologo di Le Trame del Tempo)
Poche ore dopo, quelle mura non avrebbero retto più. È il 612 a.C.: quella notte segna la caduta di Ninive, la città più potente del suo tempo. Su questo le fonti concordano. Su cosa abbia davvero abbattuto le sue difese, invece, non concordano affatto, e la ricostruzione più affascinante delle tre si rivela una leggenda nel momento stesso in cui la si controlla su una mappa.
Quello che dice la fonte più vicina alla caduta di Ninive
La Cronaca babilonese, nota attraverso una copia tardobabilonese oggi conservata al British Museum, registra un assedio dal mese di Simanu a quello di Abu, tre mesi, approssimativamente tra giugno e agosto del 612 a.C. Racconta la sconfitta della città, la morte del re Sin-shar-ishkun, il saccheggio, la riduzione di Ninive a un cumulo di rovine.
Non una parola su fiumi, piogge, dighe. Sul come le difese siano state superate, il testo più vicino agli eventi tace del tutto.
Il racconto che si tradisce da solo
Cinque secoli e mezzo più tardi, lo storico greco Diodoro Siculo raccontò una storia molto più cinematografica. La riprese da Ctesia, un medico greco vissuto alla corte persiana un paio di secoli dopo i fatti, il cui testo originale è oggi perduto: lo conosciamo solo attraverso Diodoro, e non sempre è chiaro dove finisca Ctesia e dove inizi la rielaborazione successiva. In questa versione l’assedio dura due anni, non tre mesi. Nel terzo anno, un fiume in piena abbatte le mura, come una profezia che finalmente si compie. Il re Sardanapalo, ritratto come un sovrano dissoluto, si dà fuoco nel proprio palazzo piuttosto che arrendersi.
È una scena magnifica. Ha anche un difetto fatale: il fiume che Diodoro nomina è l’Eufrate. Ninive sorge sul Tigri. Non è un errore isolato: l’intera città, nel racconto trasmesso da Diodoro, viene collocata sull’Eufrate, come se Ninive fosse stata confusa con Babilonia.
Non è un dettaglio da correggere in silenzio, come un refuso. È la prova che quella tradizione era già stata riscritta più volte prima di arrivare a Diodoro. Il profeta Naum, che scriveva prima della caduta della città, aveva già usato l’immagine delle porte dei fiumi che si aprono per descrivere il giudizio divino. Può darsi che questa metafora, con il tempo, sia stata presa alla lettera, e trasformata in un evento realmente accaduto.
Un’ipotesi seria, e un’archeologa che l’ha messa alla prova
Un’ipotesi più moderna prova a salvare l’idea del fiume togliendole il miracolo: non un’inondazione naturale, ma un sabotaggio. Joann Scurlock ipotizzò che gli assedianti avessero deliberatamente manipolato le acque del Khosr, il corso che attraversava Ninive, e dei canali collegati, per colpire un tratto delle fortificazioni.
David Stronach, che tra il 1987 e il 1990 guidò a Ninive campagne di scavo dedicate proprio alle porte, alle mura in mattoni crudi sopravvissute e al sistema idrico della città, mise alla prova quell’ipotesi sul campo. Concluse che la rapidità dell’assedio non doveva necessariamente dipendere da un attacco al Khosr o ad altri corsi d’acqua, per giunta ridotti dalla stagione estiva. Preferì un’altra spiegazione: mura lunghissime, troppe porte da difendere, e difensori che semplicemente non bastavano a presidiarle tutte.
L’acqua come arma resta un’ipotesi legittima. Non è, però, quella che gli scavi confermano.
Quello che gli scavi mostrano davvero
Vicino alla porta di Halzi, la terra ha restituito una scena di battaglia vera: resti umani, tracce di combustione, punte di freccia e altre armi sparse nell’area. I corpi giacevano ancora dove erano caduti. Il passaggio era stato ristretto, e una delle torri accanto era stata ricostruita in fretta, con una muratura irregolare, probabilmente negli ultimi anni disperati del dominio assiro.
È la prova di una città che aveva cercato di rinforzarsi, e che almeno lì, alla porta di Halzi, combatté fino alla fine. Non è la prova che sia stata l’acqua a deciderne la sorte.
Una licenza dichiarata, non una scoperta
Le Trame del Tempo si apre in quella stessa notte, con un uomo che rende reale, con le proprie mani, ciò che i posteri racconteranno come un prodigio. Il romanzo sceglie una delle ipotesi ancora aperte, quella di un’acqua deviata di proposito, e la trasforma in un gesto compiuto da chi ha ricevuto un ordine da qualcuno che non mostra mai il volto.
Non è quello che l’archeologia ha dimostrato. È quello che uno spazio vuoto nelle fonti, un’ipotesi mai confermata, e un errore geografico che tradisce secoli di leggenda, lasciano immaginare a chi scrive romanzi invece che rapporti di scavo.
Quello che non sappiamo ancora
Ventisei secoli dopo, non abbiamo una risposta chiusa. Una cronaca vicina ai fatti che non spiega il punto decisivo. Una leggenda greca che si smaschera da sola con un fiume nel posto sbagliato. Un’ipotesi idraulica seria, verificata sul campo, e infine giudicata non necessaria da chi l’aveva messa alla prova. E i segni di una battaglia vera, che confermano la violenza della fine senza spiegarne il meccanismo.
Dove e come le mura di Ninive abbiano ceduto per davvero, probabilmente, non lo sapremo mai. È in quel vuoto, non in una risposta, che si può ancora immaginare qualcosa.
Il prologo citato in apertura è tratto da Le Trame del Tempo, disponibile su Amazon.

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